venerdì, giugno 30, 2006

Materiali: V: Letteratura - Estratti cronologicamente ordinati: anno 1630: Gualtieri.

§
GUALTIERI Paolo, Glorioso Trionfo, over Legendario di SS. Martiri di Calabria, dove anco si tratta di alcuni Huomini Illustri, i quali esposero la vita in servigio di Dio, e di più dell’origine de’ Frati Capuccini, e loro progressi in Calabria, per D. Paolo Gualtieri, della Città di Terranova, Professore della Filosofia, e sagra Teologia, Per Matteo Nucci, in Napoli, 1630. (lettura esplorativa: fino a 380)
a. 1630 >

p. 38:
e perciò havendo san Pietro convertito molte città della Magna Grecia, come Tauriano, Metauro, Medma, Vibone, Hipponio, & altre…

p. 113:
De’ Santi Martiri, THEODOLO, e Compagni, da Tauriano, la cui festa si celebra alli quindici del mese di Giugno. Capitolo XXI.

[Fonti:] Ex Traditione, Veteri M.S. Menologÿs plurium Cathedralium, quorum verba adducentur. De eis Octavius Caietanus, in Idea Operis Sanctorum Siculorum, & alÿ.

Tauriano Città maritima posta nell’ultimo della piana di San Martino, dove hoggi è il Castello di Gioia, fù Catedrale delle prime. Di essa, e suoi convicini furono nativi i Santi Martiri Theodosio, e Compagni, de’ quali non habbiamo lume di maggior certezza, fuor che la traditione, e certi caratteri scritti à penna in un libro mal conservato nella tribuna di S. Elia, nel Monastero di Melicuccà, dove ufficiano i Frati di San Basilio, scritto da dentro con caratteri Greci svaniti, (per il maltramento, e per l’antichità) nel cui margine vi sono le seguenti parole con carattere nostro, in rosso, Martyrium Sanctorum novem de Tauriana Theoduli, Candidi, Cantiani, Prothi, Chrysogoni, Artheonis, Quintiani, Niviti, & Cantiamillae, Celebratum, fuit in territorio, quod hodie est Despoti, uscirebbomo dall’historia, se volessimo dichiarar, come, quando, e dove, il Despoto di Romania, hebbe giuridittione nella Calabria, poscia che il predetto martirio sarà stato circa l’anni quattrocento del Signore, e’l Despoto circa l’anni 1300 da San Giorgio sin’à Mesiano hebbe giuridittione la città Tauriano, fù distrutta da Saracini circa l’anni novecento, per lo che si perdè affatto il pretioso tesoro delle vite, e martirio, non solo de’ predetti Santi, ma di molt’altri.(>114)

p. 163:
Come furono distrutti più Vescovadi in Calab. & uccisi i loro Prelati, in odio di Christo. Cap. XXXV. (>163)

p. 174:
Di Santo STEFANO da Rossano, chiamato Martire da altri Santi. Capitolo XXXVII.
[Fonti:] Ex traditione, & Vita S. Nili, in cap. pracedenti allegata; De eo historici multi.
Natan Profeta… (>174)
p. 175:
Circa gli anni 920 nella città di Rossano nacque da onorati parenti un bambino, à cui imposero il nome di Stefano, i quali per la povertà diedero il figlio all’esercitii bassi, e perché gli morì il padre carnale à tempo della sua fanciullezza, menò vita nelle campagne, lontano da ogni maestro sensibile, d’arti più colte. Ma non si discostò dal maestro invisibile, cioè dal suo Angiolo Custode, il qual gli insegnava la strada di Dio, à cui egli volentieri porgeva l’orecchie, lo che osservò fin all’età d’anni vent’uno. Fatta riflessione, e risolutosi poi di ciò che di sua vita far doveva, se n’andò da San Nilo il quale dimorava in una spelonca vicino la Real città di Seminara (la quale à tempo di San Nilo era Imperiale) sequestrato non solo da secolari, ma anco da suoi Monaci, & ivi à guisa di mutolo sen’stava, senza favellar (>175)

p. 270v:
Nel tempo di San Francesco da Paola erano in Italia i suoi Conventi divisi in due Provincie, cioè in quelle di Calabria, e dell’Isola di Sicilia, alla qual erano aggregati quei di Terra di Lavoro, e perché le nostre marine non erano custodite con torri di guardie sì spesse, come hoggi, ch’in ogni luogo sospetto, e cõmodo da potersi nascondere alcun vascello, vi è la torre, co’l suo guardiano, perciò i Turchi fecero {271r} molte prede, & occisioni, e particolarmente ne’ lidi di Palma, dove son diverse cale, e ridossi. S’alza anco ivi un monte, o scoglio, ultima coda degli Appennini, che vien celebrato per il più alto di quanti sono battuti dal mare, e perciò haveano la cima di quello come scorta, per lo che i Corsari infedeli venendo di notte si ricovrauno dentro quelle grotte, ò cale, e la mattina uscendo incontro aà naviganti di Calabria, che per la troppo vicinanza ogni dì tragittavano, faceanos schiavi molti di quelli, in una delle quali mattine inciamparono due Frati Minimi di Calabria…
p. 278v:
…Venendo voi con questi FF., mandati due per Seminara ad avvisar F. Bonaventura da Reggio, e 2. Altri, che vadino a Oppido…h
p. 279r:
Nomi di alcuni frati fuggiti per farsi Capuccini:

F. Giovanni da Seminara, era de’ Conventuali.

p. 279v:
F. Benedetto da Seminara.
F. Pietro da Seminara, lo antico.
p. 282v:
il Commissario (…) prese anco da ivi un certo Pietro da Seminara, novizio, giovane molto robusto, e l’armò con un bastone, e s’inviò verso ne capãne, ma quando il Commissario li era vicino, un guardiano di vacche cominciò a sgridar quella masnada, che à religiosi simil gente far suole, quando li ritrova in campagna, dicendo, salva Padre, & altre parole… | F. Pietro da Seminara, lo antico, e sua chiamata da Dio. | Arrivò il Commissario nel luogo abandonato da i Capuccini, & il primo che entrò fù il sudetto Pietro da Seminara, il qual con animo risoluto di rovinar tutti quei, che à prima fronte erano giudicati scommunicati alzò il bastone, e lo ritenne in aria sospeso. O miracolo, ò maraviglia dell’opere grandi di Dio, vedendo l’avventurato {283r} Pietro la miseria del mangiare, e dormire di quei poveri fuggiti, cominciò a dire. Questi sono i scommunicati che noi vogliamo carcerare? Questi sono gli apostati, i quali non vogliono osservar la regola de’ Mendicanti, con mangiar herbe silvatiche, e crude, à pena condite con poco di sale, & aceto, con dormir sopra l’ignuda terra? Per mia fè, che voglio esser anch’io del numero di questi scommunicati. Cercò con tutto ciò il Commissario per quelle selve, se potesse ritrovar alcun de’ i fuggiti; ma non poté in conto nissuno per qualunque usata diligenza ritrovarli, e così vota quella comitiva sen’ ritornò molto stracca, perché haveva caminato assai, essendo nell’andar ivi stato delusa da un incognito, al quale dimandarono per la strada delle dette capanne, & egli li dimostrò una via, che li conduce altrove. Fé sì molto buon guadagno, poscia che ritornò con un de’ suoi compagni meno, e questo fù il detto Pietro, il qual mentre ricercavano i Capuccini, si cacciò tanto oltre, cercando via, che à quelli li conducesse, che più volte lo sgridarono, dicendo, Aspetta novizion à passo F. Pietro, & egli più li sgridò, dicendoli, che tanto à passo, che tanto aspetta, andate à passo voi, ch’io mi voglio far Capuccino…

p. 325r:
(Carlo V conquista Tunisi) …Finalmente fù presa Tunisi, nella qual scaramuccia si dimostrarono valorosi molti regnicoli, un de’ quali fù il Capitan giovanni Calabrese, da Seminara, ancor che havesse ricevuto una palla di archibugio nella coscia…

p. 360v:
[miracolo del Crocefisso (diTerranova) testimoniato dal notaio Oliva di Seminara]:
…Benché più stupendo fusse il miracolo del sangue nell’1533… In quell’anno dunque à tempo à tempo che l’immagine di M.V. sotto il titolo del Soccorso nella Real terra di Palma operava operava molti miracoli, la predetta Confraternità di Terranova condusse ivi il suo Crocefisso, ancor, che per 12 miglia di strada balza, e scoscesa, ma quando l’imagine del figlio fù in presenza di quella della Madre sudò sangue ad occhi veggenti di tutto il popolo. L’accorti Governatori di detta Confraternità subito fecero stipular un atto pubblico per mano di Notaro, e testimoni, il cui tenore è. Publicus actus testimonialis miraculorum Crucifixi sanctissimi, sanctissimae Annunciationis civitatis Terrae novae, stipulatus, & scriptus in rure Palmi sub die 20. Iulÿ, per Notarium Antonium Oliva de Seminara. Sub Anno Domini 1533. Die verò 20. mensis Iulÿ vj. Indictionis in Casale Palmi, sub Pontificatu sanctissimi Domini nostri Papae Clementis, anno eius octavo feliciter, Amen. Notum facimus, & testamur, quod hodie eodem praedicto die in nostri, & subscriptorum testium praesentia personaliter…… bo:

p. 376 [Seminaresi nella battaglia di Lepanto]
…Vi si sparse fama, che il Papa era per concedere il Giubileo à chiunque prendesse l’arme per difesione della Fede, come già poi fè bandire à sei d’Ottobre del 1571, quando i soldati collegati erano uniti sopra mare. Havevano concorso molto volentieri i Christiani per tal suono, e particolarmente dall’Italia, e Spagna, ma molto più gli uomini del Regno, trà i quali i Calabresi, come che i luoghi del detto imbarco, cioè Crotone, Taranto, e Messina erano più a loro commodi vi concorsero in gran numero, imperoche de’ soldati della nuova militia vi andarono più migliaia, sotto l’insegna del Re [377] Cattolico loro Duca lasciate da parte le compagnie straordinarie, la galera del Corsale da Castel Vetro, due di Vincenzo Passacalò da Seminara detto il Monaco, e molt’altre di Avventurieri, perché de’ Signori particolari Tropeani, ve ne furono trè, & è proprietà di quei sempre sempre rinforzarsi contro infedeli, poscia che nella guerra de Gerghi si ritrovarono sette compagnie de soldati Tropeani, come il Marafiote scrive, e molt’altre fregate, e vascelli di minor memoria, un de quali fù de Marini nostri compatrioti, che ne fecero capo Milio da Melicuccà loro antesignano. Vi andarono anco sotto l’insegna del Lione l’invitti figli della Lionessa, raccolti in sì breve tempo, ch’ammirato Tomaso Costo Napolitano storico di quei tempi de gli assoldati da un solo, scrisse così. “Il Toraldo haveva assoldato in breve spatio di quindici giorni due mila bellicosi fanti Calabresi, & c. Con la speditione dell’anno seguente vi mando altri co’l galeone detto Fenice.

p. 380v:
(Introduzione in Calabria dell’arte della seta al tempo di Federico II di ritorno dalle crociate):
Molte furono le spedizioni, nelle quali i Religiosi, e soldati di Calabria ò soli, ò con altri s’opposero à nemici di Christo, tralasciate per non hauerle ne’ libri stampati, e per brevità, una de’ quali fù l’anno 1227, quando andarono con l’Imperador Federico per la recuperatione di Terra santa, della quale à pieno ragionano l’historici, ancor che il detto Imperadore ò per essersi infermato, ò per sua iniqua volontà se ne fusse ritornato, tutta via basta à soldati in casi simili per guadagnarsi la gloria, morir per strada, ò il partirsi, poiché così si concedono i Giubilei per ricuperar i luoghi santi. Vi andarono anco poi con l’istesso Federico, e ricuperarono Gierusalemme, oltre che havevano andato prima co’l lor Conte Ruggiero, che poi fù Rè di Napoli, e perché non ferono casa veruna, quel Dio che così preordinò, non gli venne meno della rimuneratione di premio eterno de’ sudori, patimenti, fatiche, e morti da loro volontariamente sofferte, ma etiamdio ne diede temporale, [381] mentre volle che ritornando da una delle dette speditioni conducessero i Maestri che sapeano lavorar la seta, & insegnassero tal mestiero nella Calabria, e nella Sicilia Isola. Prerogativa di molta importanza, concessa non ad altre nationi nell’Italia, fuor che ad esse due, & à quei che in ciò da loro hebbero dipendenza, poscia che all’hora il gran rimuneratore Dio diede non solo il modo co’l qual potessero nell’Italia, dove risiede il capo della Religione Christiana, e più fiori fee il suo culto adornar i sacri Altari, e Tempij, ma anco potessero con tal’industria commodamente vivere essi, & i posteri. E per haver notizia di ciò, saper si deve, che certi Monaci della Siria portarono à Giustiniano Imperadore di Costantinopoli il seme de’ vermi, i quali producono la seta, per ciò chiamati Sirici (ò sia stato detto così dalla provincia Sericana) la cui origine, perché è incognita non s’approva, lo che dicono haver derivato da i vermi generati nelle ulceri del patiente Giobbe, e mentre la Calabria era governata dal detto Imperadore, e dal Patriarca di Costantinopoli in quanto alla giuridittione spirituale, vi si facevano viaggi quasi continui da l’un luogo all’altro, si che e perciò, e per mezzo de’ Monaci, ed’ altre persone Ecclesiastiche, e de’ Catapani che venivano à governar detta Provincia, fù in essa condotto tal seme. Fa di mestiero anco per poter sodisfar à curiosi dire, che l’albero delle cue frondi si pasce detto animale, si fusse ritrovato prima del detto seme nella Magna Grecia, perché producendo egli frutti [382] dilettevoli al gusto, salutiferi à corpi humani, & utili al far de’ colori, facendosi da essi immaturi il rosso, e da’ i maturi il paonazzo, essendo anco arbore di facile traslatione, perché vive assai l’inverno fuori della terra, come già lo vediamo in luoghi dove non vi è l’esercizio della seta; è necessario dir così, perché i detti vermi non si possono nutrire se non vi sono delle frondi di quello in quantità, egli vien dimandato Moro da i fruti lividi, e dalli Italiani Celso. Ritrovasi di due sorti bianco, e nero, si dice bianco quello ch’hà le corteccie bianche, e produce i frutti dell’istesso colore, e perché è più dilicato si veste prima, e delle sue fronde si pascono i Sirici per necessità di negre. Il nero come più grosso di complessione produce le frondi declinanti al verde oscuro, & i frutti più al nero, ne l’uno, ne l’altro ricerca necessariamente cultura. Si moltiplica per novelli, per tronchi, rami, e seme. Pascono dunque con le frondi del detto moro la Calabria, e la Sicilia il sudetro Sirico sì facilmente, che niun paese viveria più felice di loro, se ’l Mondo non fusse pervertito, imperò che essendo l’huomo nato alla fatica datali in pena del peccato d’Adamo, è bisogno faticare per sostentarsi, ma con differenza, poscia, che altri faticano assai, altri poco, & altri quasi niente, e questi sono i mali negotianti, nel cui numero, non è bene ritrovarsi. La cultura della terra, e pastura de’ greggi, sono fatiche con le quali si vive senz’occasione d’offendere, né Dio, ne ’l prossimo. E necessaria la detta cultura, ma assai penosa, rendendo lo desiato frutto, dopò lo stento di dieci, ò 12, tal’hora 24 mesi, la pastura de’ greggi apporta pure gran travaglio, ma pascere il Sirico, è men faticoso d’ambedue, anzi dilettevole, e di spasso, poscia che vive da 45 giorni, indi si conserva in seme a guisa granelli di sinape involto in un fazzoletto, ò dentr’un vaso, per non esser oltraggiato da animali minuti, ne il freddo (fuor che ’l petrificante) li cagiona danno. (>383)

p. 411-12: Frate Antonino Tripodi da Reggio, guaritore itinerante:
…Spesso chiamavano il Frate per esser visitati gli afflitti, i quali non potevano andar da lui, & egli molto volentieri vi andava, essendogli protettore sì appo gli huomini, come appò la Maestà Divina, lo che fé essendo chiamato ad istanza d’una gentil donna [411] da Reggio inferma, vi andò, e co’l segno della croce la guarì. Il simile sé chiamato a visitar un giovanetto da medici disperato, consegnandolo sano al padre (>411)

p. 423:

Di Frà PIETRO da Seminara Capuccino, il quale elesse ingiurie, persecutioni, e carceri per Christo. Capitolo LXXVI.

[Fonti:] Ex hist. FF. Hieronymi à Dinami, Matthei à Sancto Martino, & Bonaventura à Reghio.

Niun mai harebbe potuto rendersi persuaso, che Saulo (>423)

Le allegate historie dicono, che Frà Pietro da Seminara prese l’habito da San Francesco, e fù discepolo di Frà Lodovico, ben che da principio non seguisse il suo Maestro, nulla dimeno si compiacque il Signore chiamarlo per altra strada, perciò che essendo egli nel luogo di Cinque Frondi, quando il Commissario andò a Sant’Elia [424] vicino la terra di Galatro, per carcerar quei Padri ragunati, & ammutinati insieme contro il Diavolo, mutati già nella serafica riforma de’ Capuccini, seco menò anco costui, dandogli un bastone smisurato alle mani, come ad uomo robusto, e forte, ancor che ei non fusse [?], il quale essendo entrato insieme insieme con gli altri in quella capanna, dove quei poveri romiti stavano mangiando all’hora del digiuno, come s’è detto, e vedendo quell’estrema povertà, santa penuria, e ricca estremità, compunto tra sé stesso, cominciò a dire: questi sono gli apestati che siamo venuti à carcerare? Questi sono i scomunicati? Questi sono quei che cercano vivere largamente, e fuor d’ubidienza? Con mangiar pezzoli di pane, herbe crude, bever acqua, e dormire in terra, mi par vedere tutto il contrario, e che questi siano i veri Frati minori, & osservanti della regola del Padre santo Francesco, e vivano secondo l’intention di quello, con tanto dispreggio, e povertà. Questi sono i veri servi di Dio, & io per adesso, e per sempre mi forzerò imitargli, anzi rimaner con essi. Cominciarono i compagni del Commissario à caminare per cercar i Capuccini che fuggiti se n’erano, ma andav il detto Frà Pietro prima de gli altri, acciò ritrovasse strada, ch’altrove lo conducesse, e passò tant’oltre che l’altri lo sgridarono, dicendoli, camina à passo novitio, aspetta Frà Pietro, & egli rispose, che tant’à passo, che tant’à passo, andate à passo voi, perché io mi voglio far Capuccino; Rimanete in pace. E così da saulo divenne Paulo, come spesso raccontava, e da persecutore di Capuccini, divenne Predicatore dell’opere di quelli. Si giuntò con essi loro, li ragionò del suo stato, l’accettarono, e si fé partecipe de’ patimenti, di quei, fuggendo dalle capanne di Filogasi, dormendo alle volte co’ i serpenti, e come vero discepolo di quei primi Padri, in breve tempo imparò nella Scuola del Signore non mediocre spirito di silentio, divotione, ritiramento, penitenza, mortificatione, dispreggio delle cose mondane, desiderio delle celesti, con animo, e proposito fermo d’imitar la vita, e vestigij del Padre San Francesco, sì che travagliando nella vigna del Signore con santa emulatione divenne gran servo di Dio, forma, e ritratto di tutte le virtù, anzi era sì infiammato del divin’amore, che pareva tutto estatico, e fuor di sé. Gli fù concesso il duono delle lagrime, onde per il continuo piangere che facea, haveva licenza di far le sue orazioni in cella, e nelle selve tanto di notte, quanto di giorno, stimolato dall’ubbidienza portò molti pesi della religione, cioè di Guardiano Diffinitore, Maestro di Novitij, e più fiate Custode. Mostrava gran carità con l’infermi, e rigidezza con la propria persona, era dolce, & affabile ne’ colloquij, ragionando spesso de’ patimenti, fughe, fami, infamie, vite, e miracoli di quei primi padri riformatori della sua religione, col le sue focose parole infiammava gli ascoltanti alla seguela della virtù. Hebbe gratia particolare di sanar molte infermità gravi, co’l segno della croce. L’anno 1576, verso l’ultimo di sua vita scrisse da Seminara à Frà Bernardino da Polistina [426] in questa forma. Padre…

p. 429:
Nell’anno 1594

p. 447: frate Ludovico da Seminara al capezzale di Frate Antonino da Francica:
Giunse l’hora d’esser chiamato dal Signore nel mese d’Agosto del 1603 quando nel Monastero di Polistina


p. 449:
…Ceramide sono certi canali di creta cotta…


p. 451r:
La Terra detta Gioia è nella Calabria…

p. 456v:

Di Frat’ANGELO da Seminara, il quale patì molto per la custodia del santo Sepolcro. Cap. LXXXIII.

[Fonti:] Ex traditione, Relationibus, Historia Seraph. Gonsag. ubi suppresso nomine loquitur, et espistolis propria manu ipsius F. Angeli scriptis, inferius adducendis.

Benché havesse prohibito il Signore la vanagloria, e iattanza, ammonendoci, che se tal’hora noi facessimo qualch’opera spirituale, tener nondimeno dovessimo modo onde altri accorger non si potessero, ne alcun segno in noi tal attione si vedesse, tuttavia S. Paolo una fiata raccontò ciò che egli patito havea (>456)

Non intendiamo annoverar questo Frate trà i Santi, ò Beati, ma solamente raccontar qualche frammento delle sue eroiche attioni, de’ quali da sì lontani paesi si è potuto’haber [457] alcuna contezza, imperò che egli patì molti travagli in servigio del glorioso Sepolcro del S. salvatore, come rendono testimonianza le sue lettere scritte di proprio pugno, le quali si portano appresso, e ciò facciamo volentieri, perché ragionano di quei santi luoghi, ove fù operata l’universal redentione del mondo, & hebbe principio la nostra religione, & anco acciò vedano i Christiani quanto sia bramata la ricuperatione di Terra Santa da quei pochi, & afflitti servi di Giesù, i quali per il Divin culto ivi dimorano (à vergogna, e confusion nostra) poscia che in ogni lettera vi si fa particolar mentione. Travagliatissimo fù il caritativo Frate dal principio de’ suoi giorni, fin che lasciò la spoglia mortale, come manifesta il nome di Paolo impostogli nel sagro Battesimo, che vuol dir pargoletto, e piccino ne’ beni della temporal fortuna, essendo in tutto il tempo di sua vita bersaglio, e meta de colpi di quella. Nacque dunque Paolo nella città di Seminara circa l’anno 1560 da Bernardino Gieraci e Girolima Cianciaruso coniugi. Morì Bernardino prima che Paolo venisse all’età adulta, rimanendo il giovanetto in poter della madre, la qual molto ben attese al governo, & ammaestramento de’ suoi figli, per lo che più volte disse volersi vestir Frate, ma no havendo fine sì santo proposito, ritrovò il Re del Cielo altro mezzo per ridurlo à stato migliore, permettedno nch’egli improntasse certa armatura ad un suo amico, la onde havendo colui commesso con quella un micidio, fù preso carcerato, e posto ne’ tormenti, [458] tormenti, disse da chi havea ricevuto l’arme, e perciò venne Paolo ad esser chiamato dalla Corte, & indi fuorgiudicato. Stimò l’accorta girolima più spediente al giovanetto fuggirsene, che darsi in preda all’indiscreti ministri della giustizia, ma non lo fé fuggir nell’Isola di Sicilia luogo più vicino alla sua patria, perché harebbe potuto esser ivi fatto prigione, ancor che sia sotto titolo d’altro Regno, (e perciò luogo sicuro a’ delinquenti di Calabria), la onde posto ne’ tormenti haria grandemente patito, e forse confessato quel tanto che commesso non havea, essendo egli d’età immatura, perciò lo provedé di danari, e mandò nel territorio del Papa. Si conferì il giovanetto a Roma, ove dimorò mentre li bastarono i danari, quando poi vennero meno cominciò ritirarsi alla patria, e così disponendo Iddio fé il viaggio, passando per la Provincia di Principato, ove nella Terra di Evoli trattò con l’Osservanti di vestirsi Frate, havendolo visto quei molto ingegnoso, e d’aspetto che dava grand’inditio, lo riceverono, ove cambiandosi il nome di Paolo prese quello di Angiolo, si che fù poi egli detto Angelo Gieraci, Hieros termine Greco significa santo nella nostra favella, quasi dir volessimo essersi convertito in Angiolo santo, abbandonò con la madre, fratelli, sorella, e quanto havea, verso i quali fé tanto co’l suo buon esempio, che sì il fratello, come la sorella, e nipote abaracciarono la religione. Menò sempre il giovane vita esemplare sotto la disciplina di Frà Pietro del Cilento, il qual era stato compagno di Sisto V, la onde [459r] divenne molto caritativo, e desideroso di veder i santi luoghi calpicciati dal benedetto Giesù, e sua santissima Madre Maria Vergine, con haver fatto grandissimo profitto nelle sagre Lettere, per lo che esercitò diversi ufficij nella religione. Riscaldato da quel santo desiderio che li bruciava il cuore di visitar il santo Sepolcro, prese licenza da superiori, e senza aspettar la comitiva ordinaria circa l’anno 1590 si partì da Italia per Gerusalemme, ove arrivò dopo pericolosa navigatione, e faticoso camino. Fè ivi sua stanza diec’anni, e si dimostrò si santo, che i suoi superiori havendolo giudicato molto religioso, zelante, & atto al governo di quei luoghi, ne’ quali è necessaria scienza per distruttione dell’heresie, e de gli infedeli, carità per riparo de luoghi pij, santità per edificatione de’ fedeli, e pazienza per resistere a’ nemici del Christiano nome, lo crearono Guardiano di Bethleem, e Secretario della sua religione in quelle parti. Hà cura il Guardiano di Bethleem di quella Chiesa dove nacque il benedetto Christo, scesero dal cielo gli Angioli, e cantarono l’hinno Gloria in excelsis Deo, e vennero i Pastori per adorarlo, dove vi è la cisterna, nella quale si solea veder la stella, che guidò i trè santi Magi, ma solamente da persone vergini, evvi anco il luogo dove S. Girolamo traslatò la Biblia sacra, e fù poi sepolto, nella qual Chiesa si veggono segni sì misteriosi, che i Saracini vi vengono à vederli. Vi sono anco le sepolture de’ santi Innocenti, e poco discosto il luogo dove Maria Vergine co’l suo santo Bambino, e Gioseffo [460] stettero nascosti dieci giorni per timore d’Herode, e poi ne fuggirono in Egitto, nel qual luogo (come piamente si crede) cascò qualche goccia del latte di Maria Vergine, e perciò quella terra vien detta, latte della Madonna, e Terra di Maria Vergine, la qual hà virtù di far ritornare il latte alle donne che ne sono scarse, con prenderne un poco dentro l’acqua, e dir un Pater noster, & un’Ave Maria. (>460)

p. 508:
I nomi de’ Capuccini sono… [509] Giovanni da Seminara

p. 519:

Di BARLAMO da Seminara, il qual patì molto per la santa Fede. Cap. LXXXVIII.

[Fonti:] Ex traditione, Relationibus, & Nichephoro Gregora Histor. Roman. Lib. xj. Cap. de Monaco Italo, ubi sic. Caeterum sub V esperas spectaculo illo absoluto Barlaamus ignominiam gravissimè foerens, plenis velis in Italiam abijt, & Latinorum instituta, & decreta in quibus erat aeducatus redijt, &c.

Comandò à’ suoi il buon Giesù, che ovunque entrassero, prima da loro fusse annuntiata la pace, e dopo si predicasse il santo Vangelo, e se non li fusse (>519).


(520) Nacque Barlamo nella città di Seminara, prima del mille, e trecento, dove egli fù da fanciullezza allevato sotto buona disciplina, e da maestri molto versati nelle scienze, dai quali imparò non solamente la perfettione delle lingue Greca, e Latina, ma di tutte le scienze umane, e Divine, s’esercitò particolarmente nella sagra Scrittura, e de’ santi Padri, alla cui lettione spendeva tutto il tempo che potea rubbar dall’altri studij, e dalle necessità corporali. S’avvide molto presto Barlamo delle vanità del mondo, e come delle sue transitorie, e fallaci delitie non lascia altro che pentimento à chi lo segue, e vergogna. (>520)
p. 532:
…& in vero è cosa da stupire a considerarsi, che nell’istesso tempo s’havessero ritrovate tra brevissime distanze più drappelli di Santi paesani, come in Reggio… In Seminara i SS. Filareto da Sinopoli, Fantino da Tauriano, co’l suo fratello Luca, & molti altri. Nella città di Stilo…

p. 533:

Lasciammo il discorso dell’attioni eroiche di F. Giovanni Teramone da Seminara, perché stiamo in dubio se egli annoverarsi si dovesse in questo libro dove si tratta di SS. Martiri, e d’altri cuori, i quali s’esposero à pericoli gravissimi, eleggendo ingiurie, scorni, vilipendi, fughe, persegutioni, e carceri per Christo (ciò vuol dir essere stato nel numero de’ FF. Colletti, ò de’ vestiti Cappuccini in Filocasi) e ben che F. Giovanni s’havesse eletto più travagli dell’hannoverati, fuggendo da (>533)

1 commento:

Anonimo ha detto...

Professore, questo testo da lei trascritto è veramente interessante. Sto scrivendo una tesi di dottorato sul divieto di usura nelle tre religioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo e islam) e mi sarà prezioso.
Grazie